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Mar09

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L’Italia vuole tornare al nucleare?

Poche settimane fa, per l’esattezza il 24 febbraio, il presidente della repubblica francese Sarkozy e il presidente del consiglio dei ministri Berlusconi hanno sottoscritto a Roma un protocollo che, di fatto, dovrebbe segnare il ritorno dell’Italia al nucleare.In realtà il verbo “tornare” è fuorviante perché da noi non sono mai esistite centrali nucleari attive, anche se, nella seconda metà degli anni ’80, ci si era andati molto vicini; fu con il referendum del 1987 che gli italiani bocciarono lo sfruttamento dell’energia dell’atomo nel Belpaese.

Cavalcando l’argomentazione che lo scenario politico-economico è molto cambiato rispetto a 20 anni, si sostiene da più parti che ora i tempi sarebbero maturi per lo sfruttamento dell’energia nucleare anche in Italia dal momento che la tecnologia garantisce standard di sicurezza nettamente superiori rispetto a quelli di un tempo (si parla di nucleare “pulito” o di terza generazione).

E’ su questo scenario di fondo che si colloca l’accordo italo-francese del 24 febbraio scorso. L’intesa tra i due paesi prevede la cooperazione per la costruzione in Italia di quattro centrali nucleari di cosiddetta terza generazione, con reattori nucleari ad acqua pressurizzata , la prima delle quali dovrebbe essere attiva entro il 2020.

Ciascuna centrale avrà una potenza di 1600 Mw e, quando tutte e quattro le centrali saranno operative, garantiranno la copertura del 25% del fabbisogno energetico nazionale.

Fin qui la teoria, ma in pratica cosa succederà?

Innanzitutto occorrerà intervenire con una disciplina che modifichi l’attuale quadro normativo di riferimento, bisognerà, quindi, attendere un disegno di legge in tal senso da parte del Ministro delle attività produttive e già questo dovrebbe far sollevare qualche dubbio, stante la lentezza con la quale il legislatore italiano interviene quando si muove seguendo l’iter legislativo ordinario e non la decretazione d’urgenza.

Altro dubbio sulla speditezza del ritorno al nucleare riguarda l’individuazione dei siti in cui costruire le centrali. La stragrande maggioranza dei presidenti delle giunte regionali ha evitato di prendere una posizione netta sull’argomento e soltanto tre regioni hanno manifestato la loro incondizionata disponibilità ad ospitare le centrali nucleari: Sicilia, Veneto e Friuli Venezia Giulia.

L’Abruzzo ha, dapprima, elogiato il ritorno al nucleare per poi, però, nicchiare sulla possibilità di accettare che reattori nucleari vengano attivati nel proprio territorio. Altre regioni, come la Lombardia e la Campania, hanno giudicato inevitabile l’uso dell’energia atomica, ma non si sono dimostrate disposte ad accettare che nel proprio territorio vengano costruite delle centrali, come a dire “nucleare sì, ma non da noi”.

Come si vede, sono ancora molteplici le questioni che devono essere risolte e non si possono tacere almeno altri due aspetti che destano, quantomeno, perplessità e cioè come e dove verranno smaltite le scorie radioattive e quanto costerà alle casse dello Stato il progetto dell’energia nucleare.

A noi viene spontaneo rispondere a questi interrogativi con una domanda: gli investimenti colossali che il nostro governo ha annunciato per il nucleare non possono essere destinati allo sviluppo delle già “collaudate” rinnovabili?

Fabrizio Pera

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